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Quando parlare di mafie a scuola diventa scomodo
Nei giorni scorsi ha suscitato un acceso dibattito l’intervento del sociologo Rocco Sciarrone, studioso di fama nazionale dei fenomeni mafiosi, invitato a parlare in un liceo di Imperia. Al centro della polemica alcune sue affermazioni sulla presenza della ’ndrangheta nel territorio ligure, pronunciate nel corso di un incontro con studenti e studentesse.
A seguito di quell’incontro, il sindaco di Imperia ha diffuso una nota ufficiale nella quale ha definito “gravi” le parole del professore, chiedendo che fossero circostanziate e ipotizzando, in caso contrario, azioni a tutela dell’immagine del territorio. Una presa di posizione che ha immediatamente suscitato la reazione di numerosi studiosi e associazioni scientifiche, intervenuti in difesa del lavoro di Sciarrone e del valore della ricerca sociologica.
Quella che potrebbe apparire come una controversia circoscritta riguarda in realtà una questione di portata generale: è legittimo, e anzi necessario, parlare di mafie a scuola sulla base di ricerche scientifiche? Oppure il timore di “danneggiare l’immagine” di un territorio deve prevalere sul diritto alla conoscenza e sulla funzione educativa delle istituzioni scolastiche?
Scrivo da docente di scuola, impegnato da anni in percorsi di educazione alla legalità e alla cittadinanza. Ed è proprio in questa veste che non posso non esprimere una indignazione profonda e motivata di fronte al tentativo di delegittimare un intervento fondato su studi empirici, pronunciato in un contesto educativo e rivolto a giovani cittadini in formazione. Non si tratta di una reazione emotiva, ma di una preoccupazione professionale: la scuola rischia di essere spinta verso l’autocensura, anziché confermarsi come spazio di pensiero critico.
Il lavoro di Rocco Sciarrone non nasce da opinioni personali o giudizi estemporanei. È il frutto di decenni di ricerca sociologica, di analisi sistematiche di fonti giudiziarie, di studi comparativi riconosciuti a livello nazionale e internazionale. Mettere in discussione queste analisi senza entrare nel merito dei dati e delle evidenze significa spostare il confronto dal piano scientifico a quello politico o simbolico, con un evidente impoverimento del dibattito pubblico.
Come ha ricordato il sociologo Michael Burawoy riflettendo sul ruolo della sociologia pubblica, il compito delle scienze sociali non è rassicurare né proteggere l’immagine dei territori, ma fornire strumenti di comprensione dei fenomeni che li attraversano. È solo attraverso questa consapevolezza che le comunità possono affrontare i problemi, anziché rimuoverli.
Questo vale per qualunque territorio del nostro Paese. Le organizzazioni mafiose non sono un’anomalia confinata a singole aree, ma un fenomeno strutturale che la ricerca e le inchieste giudiziarie hanno documentato in contesti diversi. Sostenere che parlarne a scuola sia “lesivo” significa negare agli studenti la possibilità di comprendere la realtà in cui vivono e di sviluppare anticorpi critici.
L’educazione alla legalità non può ridursi a slogan o celebrazioni rituali. Richiede il confronto con dati, ricerche ed evidenze empiriche, anche quando risultano scomode. Parlare di mafie a scuola, con rigore scientifico e responsabilità, non è un atto contro un territorio, ma un atto a favore della sua maturità civile.
Difendere oggi il lavoro di Rocco Sciarrone non significa difendere una singola persona, ma affermare un principio fondamentale: la scuola deve restare uno spazio libero di conoscenza e la ricerca scientifica deve poter svolgere la sua funzione pubblica senza intimidazioni. È anche da qui che passa la qualità della nostra democrazia.





