punto_18_02_10E meno male che ogni tanto parlano i numeri. Freddi, assoluti, eppure in grado di fotografare le cose meglio di mille parole, o di talkshow resi inutili dal continuo ricorso alle urla, ogni qualvolta un interlocutore voglia esporre una idea diversa da quella appena ascoltata.In questo caso, parliamo dei dati diffusi lunedì 28 marzo dal nostro Istituto nazionale di statistica sull'andamento del risparmio delle famiglie italiane: riescono a mettere da parte il 60% in meno rispetto a venti anni fa, cioè (in valori attualizzati), erano 4000 euro nel 1990, oggi sono 1700.

Un dato che avrebbe dovuto far rabbrividire i nostri governanti, in particolare il Ministro dell'economia, di cui invece abbiamo registrato l'assordante (imbarazzato?) silenzio. Certo, il nostro Paese ha conti pubblici più in ordine di altri, ma forse varrebbe la pena di ragionare davvero sul costo che tutti noi abbiamo pagato per renderlo possibile, così come il prezzo che l'intero Paese dovrà ancora sostenere.
“La ricchezza è un importante indicatore del benessere materiale delle famiglie: conoscerne l'ammontare, misurarne gli incrementi nel corso del tempo, valutarne la distribuzione è utile per comprendere la società e la sua evoluzione”. A sostenerlo non sono solo i più quotati economisti, ma la Banca d'Italia, nel promuovere un convegno sul tema i cui risultati sono stati pubblicati a fine del 2009 (qui gli atti del convegno, in inglese).
Pur non con l'intenzione di sviluppare una esaustiva e approfondita analisi dei dati, alcune considerazioni credo possano comunque essere tratte.
La crescita delle famiglie, a differenza invece di una ristretta e ricca cerchia di uindividui (il 10% detiene il 45% della intera ricchezza nazionale) è di fatto ferma, anzi ha fatto dei passi indietro. Basti pensare che il reddito medio è rimasto fermo (1990-2010) a poco più di 17mila euro. Tutto ciò mentre il costo della vita non ha registrato battute di arresto, anzi. Questo ha tra l'altro prodotto una evidente diminuzione del potere di acquisto, e un impoverimento della famigerata “classe media”, per la cui crescita si sono dati tanto da fare i nostri genitori e nonni a partire dagli anni '50.
Fino a qualche tempo fa,  l’Italia era tra i paesi d’Europa a minor indebitamento privato, ci chiamavano “le formichine d'Europa”, ma anche in questo settore la tendenza è profondamente cambiata. Dati diffusi dall'Abi, aggiornati al II semestre del 2010, e relativi agli ultimi due anni, sottolineano come l’incidenza del debito finanziario complessivo delle famiglie consumatrici sul loro reddito disponibile sia  pari al 47 per cento, contro il 46% di marzo 2010 e il 34% dello stesso mese del 2005.
Si aggiunga a questo quadro la progressiva “riduzione” del welfare, sostenuta anche da imponenti teorie economiche che hanno sponsorizzato la gestione del bene comune da parte di altri attori che non fossero lo Stato, nel segno del “privato=più efficienza”, o di una mal interpretata idea di sussidiarietà. Questa equazione non sarebbe dovuta essere interpretata come immediatamente applicabile a tutti i settori, come dimostra la enorme difficoltà con cui la Gran Bretagna si è dovuta accollare il riacquisto delle Ferrovie dopo le privatizzazioni volute dalla Thatcher, o la ri-pubblicizzazione del servizio idrico a Parigi, dopo che la gestione privata si era rivelata altamente inefficace.
Quando di questo quasi non si parlava, cioé della progressiva riduzione dello stato sociale, lo abbiamo evidenziato con gli effetti che i cittadini iniziavano ad avvertire sulle proprie spalle: sostegno ad anziani e non auto-sufficienti sempre più volte a carico dei familiari, restringimento del sostegno alle invalidità con operazioni al limite della legalità, ostacoli burocratici creati ad hoc al fine di diminuire l'accesso alle prestazioni, mancato investimento sugli attori pubblici a favore di un crescente ricorso a pratiche come l'accreditamento a tappeto senza regole chiare e stringenti.
Sia chiaro, la mia non vuole essere una elegia della statalizzazione, ma solo un modestissimo appello a ragionare caso per caso, a non pensare che esistano leggi universali in economia. Persino negli USA si è giunti ad affermare che la leggenda del “mercato libero e concorrenziale che si auto-regolamenta” vada rivista, alla luce del crack finanziario di cui tutti sappiamo, e da cui si è riemersi proprio grazie ad un massiccio intervento del Governo statunitense.
E' necessario che la politica ricominci a riflettere su come vorrebbe fosse il nostro Paese negli anni a venire (quella che oggi si chiama "vision"), invece di concentrarsi prevalentemente su  soluzioni di brevissimo termine. Andrebbero varate norme importanti ed efficaci,  improntate alla trasparenza e alla effettiva esigibilità di quanto previsto, nonché ad una chiara lotta al sistema delle clientele e della corruzione.
Noi vogliamo fare la nostra parte. Continueremo non solo con la nostra tradizione di informazione civica, ma anche con attività volte a spiegare chiaramente ai cittadini gli strumenti finanziari e di credito, a diffondere una cultura del “credito consapevole”, una forma di cittadinanza attiva che dal basso può incidere molto. Anche in questo caso molto più di tante chiacchiere al vento.

Alessandro Cossu, Responsabile ufficio stampa e comunicazione

 

Alessandro Cossu
Classe '71, napoletano di nascita, mancato romano di adozione. Laureato in economia, ha passato molto tempo a collezionare master in diverse discipline, ed è a Cittadinanzattiva dal 1997. Appassionato di cucina e di tecnologia applicata, è responsabile dell'ufficio comunicazione e stampa, e membro della Direzione Nazionale.

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