Anche quest’anno le piogge d’autunno ci hanno portato devastazioni e morti, è toccato a Roma prima e alla Lunigiana poi e speriamo che non tocchi ad altri. Al netto delle consuete polemiche fra comuni, regioni e protezione civile, tutti lamentano l’intensità senza precedenti delle precipitazioni. In effetti, come rileva Mauro Tozzi su “la Stampa”, queste sono sempre più spesso “bombe d’acqua che scaricano in poche ore la stessa quantità di pioggia che un tempo cadeva in qualche mese”. E’ molto probabile che se ci si fosse ricordati di sturare i tombini le conseguenze a Roma sarebbero state meno gravi e che anche nella Lunigiana  qualcosa non abbia funzionato.  Il problema vero, però, è quello di adeguare le misure di sicurezza alla nuove condizioni, e di  assegnare a questa azione la dovuta priorità. La legislazione delinea già una via maestra per quest’opera con tre capisaldi: la predisposizione di un sistema di allerta, la formazione dei piani comunali di protezione civile e l’interpretazione intelligente dei vincoli ambientali e idrogeologici.

Un ruolo rilevante in questo percorso è stato svolto dai cittadini che hanno imparato a riconoscere e segnalare situazioni di potenziale rischio, penso agli interventi nel terremoto dell’Irpinia, nella alluvione della Valtellina, nel terremoto della Sicilia Occidentale, al Censimento  popolare dei rischi civili del 1986, a Ospedale sicuro, a Imparare sicuri, ai  comitati locali che continuano a sorvegliare il proprio territorio, al  volontariato che ha messo a disposizione risorse strategiche per gli interventi nelle emergenze. In questo processo di crescita sono anche maturate le importanti competenze tecniche che avevano portato la Protezione civile italiana in posizioni di avanguardia.

Questo indiscutibile movimento,  però, non ha trovato riscontro, almeno negli ultimi venti anni, in una effettiva volontà di governo. I segnali, a questo proposito, sono, purtroppo, molto precisi. Si sente evocare la possibilità di un nuovo condono edilizio, proprio quando i fatti dimostrano inequivocabilmente che le costruzioni abusive sono causa non secondaria degli effetti catastrofici degli eventi naturali. La Giunta della regione Lazio, per parte propria, ha reagito con inusitata energia ( dimissione di ben nove assessori) al fatto che il Ministero dell’Ambiente si sia opposto ad un “piano casa” che agevolava le costruzioni nei parchi e lungo i litorali. Da più parti, anche prima della crisi, si sono invocati allentamenti degli impegni sulla sicurezza, in quanto fonte di costi e di complicazioni burocratiche; il Ministro dell’Ambiente ha ripetutamente denunciato il taglio pressoché totale dei fondi di investimento.

Lo stato attuale della politica nazionale porta a considerazioni pessimistiche sulla possibilità di uscire positivamente da questo stallo. Nonostante questo, le comunità locali, animate dalla cittadinanza attiva, possono giocare un ruolo strategico per l’adeguamento delle misure di sicurezza alle nuove condizioni operando nella strada maestra delineata nella legislazione. Il primo punto – il sistema di allerta – comporta una più precisa definizione dei rapporti con la protezione civile, ma anche il recupero delle esperienze di tempestiva e intelligente diffusione dell’allarme, che permette alla popolazione di raggiungere rapidamente zone sicure, portando in salvo automobili e beni (è avvenuto, per esempio, a Balzola nell’alluvione del ’94 in Piemonte).

La seconda strada, probabilmente il cardine di tutto il sistema, riguarda la necessità di pianificare seriamente la messa in sicurezza  dei territori, degli edifici pubblici (soprattutto scuole e ospedali), dei trasporti e degli impianti produttivi. Fare un piano bisogna: identificare e valutare i rischi presenti (con criteri aggiornati alle nuove condizioni),  individuare le misure di eliminazione o di contenimento del rischio, quantificare le risorse finanziarie necessarie, trovare le risorse e formulare un programma temporale di attuazione delle misure. Il divario fra la situazione in atto e quella che si dovrebbe avere sulla base delle norme in atto è già molto alto, ed è destinato a crescere a dismisura se si associano le muove emergenze alla mancanza di interventi adeguati. Bisogna introdurre ulteriori elementi di fattibilità, priorità e di ricerca delle risorse. Tradotto in Italiano, bisognerebbe decidere che cosa si può realisticamente fare, che cosa conviene fare prima e che cosa conviene fare dopo, e definire una tempistica degli interventi. E’ indispensabile che la valutazione sia fatta in termini oggettivi e verificabili; ciò  richiede, necessariamente, un confronto aperto e trasparente con la cittadinanza, sia per il monitoraggio delle situazioni di rischio che per la formulazione degli ordini di priorità; esistono esperienze di successo per entrambe le funzioni che possono e devono essere replicate.

La terza questione riguarda l’adeguamento del sistema dei vincoli e dei criteri di sicurezza già definiti dalle leggi alle nuove situazioni. E’ un compito eminentemente tecnico che si scontra con una ideologia che vorrebbe legare lo sviluppo alla possibilità di consumare territorio, senza tenere conto della intrinseca fragilità idrogeologica del nostro paese e della assurdità di continuare a costruire edifici nuovi in una situazione in cui il patrimonio immobiliare esistente è già ampiamente sovrabbondante.

La questione  è complessa ma,  a noi, sembra vero il contrario, e cioè che la ripresa del nostro paese debba necessariamente essere sostenuta da una intelligente e competente opera di recupero del territorio che, per la sua capillarità richiede la nobilitazione di una grande quantità di risorse professionali (e potrebbe quindi offrire un importante sbocco per i giovani), una serie di interventi appropriati (molto simile al piano delle piccole opere richiesto dall’associazione dei costruttori edili) e una riqualificazione del patrimonio costruito che potrebbe stimolare importanti energie imprenditoriali. Viene da chiedersi perché nei provvedimenti per lo sviluppo che, finora, nessuno ha visto ci sia spazio per i condoni e non per una impresa capace di mobilitare le migliori energie del paese (a partire, come sempre, da quelle della cittadinanza)

Alessio Terzi, Presidente nazionale di Cittadinanzattiva.

Redazione Online
Siamo noi, quelli che ogni giorno scovano e scrivono forsennatamente notizie di diritti e partecipazione. Non solo le nostre, perché la cittadinanza attiva è bella perché è varia. Età media: 33 anni, provenienza disparata....

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