Stefano Rodotà copia copia

Sembra che l’Unione europea  “abbia abbandonato l’ambizione di costruire il suo popolo”, scrisse un paio di anni fa Stefano Rodotà,  intitolando il suo intervento su la Repubblica: “Il filo spezzato”.  L’ Europa a egemonia tedesca stava infliggendo alla Grecia una pesante “punizione” seguendo i dictat delle autorità finanziarie. Il filo che si spezzava era quello “dell’Europa sociale, l’Europa del vivere in dignità e diritti”. Una perdita reale nell’immediato. Alla costruzione di quel diverso progetto politico lui, Rodotà, aveva partecipato con altri  a Nizza nel 1999, per la scrittura della Carta dei Diritti fondamentali, che è rimasta la sola parte di una costituzione europea che si sia riusciti a far approvare, e che pur così monca è il solo presidio che in qualche modo funzioni per chi crede alla necessità e possibilità di realizzare uno sviluppo di civiltà basandosi sulla lotta per i diritti.  

Come tutti riconoscono, Rodotà è stato uno dei più importanti pensatori del diritto nella globalizzazione, ma – lo aveva ben scritto anche in uno dei suoi ultimi saggi (Solidarietà. Un’utopia necessaria, Editori Laterza 2014) -  aveva ben chiaro che non l’astratta affermazione giuridica, ma la costruzione storica concreta di legami sociali può dare valore a principi di senso per l’umanità. La chiave di questo pensiero ne ha fatto un maestro e un punto di riferimento prezioso e lucido per generazioni diverse dei multiformi soggetti delle lotte per la libertà e la democrazia. E per questo non concepiva il proprio impegno come lontano e separato dalla vita quotidiana e dalle iniziative delle persone concretamente attive. Si era impegnato per anni anche in Parlamento e confrontato con partiti (il Pci che lo elesse come “indipendente di sinistra”, e poi il PDS che addirittura lo scelse come suo primo presidente – ben presto dimissionario…). Ma era sempre alla gente comune che guardava per capire come affrontare i problemi.

Fu il primo in Italia a dare una elaborazione di “beni comuni” che poteva essere maneggiata per le lotte del civismo: proprietà pubblica e anche privata possono essere ricondotte a limiti di uso per tutelare persone e comunità, e perfino generazioni future. Ricordo che al tempo di questa elaborazione mi chiamò mentre era sospesa una riunione degli occupanti del Teatro Valle -  che seguiva da tempo con attenzione e non pochi consigli – per dire che accettava l’invito nostro a discutere della forza riformatrice della cittadinanza attiva: era entusiasta del tema e convinto della prospettiva.  

Aveva chiaro che la pretesa di imporre regole alla vita giunge spesso a esiti intollerabili: i poteri costituiti non esitano a cercare di controllare i corpi e perfino i sentimenti, le scelte relative alla malattia, o all’amore, o alla fine del proprio percorso terreno. Scritti indimenticabili e sempre più frequenti in questi ultimi anni hanno accompagnato una inesausta battaglia per “il diritto di avere diritti”, titolo del suo ultimo libro.

Era un ragazzo calabrese, della comunità albanese insediata da secoli vicino Cosenza. Lì aveva studiato, preso la maturità, poi iscrizione a Roma, laurea in giurisprudenza, e ben presto la carriera di studi: il cittadino attivo Rodotà   era ormai pronto a fare la sua parte come cittadino del mondo.  Vincitore di cattedra a poco più di trent’anni introdusse una pratica di responsabilità e trasparenza, che altri della sua generazione di studi ben presto seguirono. L’accademia giuridica allora perseguiva una presentazione del proprio ruolo “separato”, neutrale e super partes, vantando la scientificità e oggettività dei propri elaborati. Stefano Rodotà con l’introduzione di una prolusione pubblica all’inizio dei corsi di lezioni dette valore alla enunciazione responsabile dell’indirizzo di pensiero che avrebbe perseguito. Il riferimento alla Costituzione e l’impegno per darne sviluppo concreto davano il segno chiaro di quale fosse la “parte” dalla quale aveva scelto di stare. E l’intensa attività pubblicistica, che da subito intraprese, valse non a superare il suo “specialismo” ma a comunicarlo, renderlo accessibile al cittadino comune, perché tutti potessero appropriarsi del potere della intelligenza degli avvenimenti congiunto alla conoscenza dei principi e delle regole che bisogna saper far rispettare. La costruzione di una opinione pubblica informata e responsabile ha trovato con lui un paladino e un amico: via via gli oggetti delle sue riflessioni si moltiplicavano, seguendo le molteplici vicende sociali con la concretezza delle questioni della vita comune. Non è un caso che frugando tra vecchie foto, lo troviamo presente alla iniziativa con cui il nostro movimento costituì il Tribunale dei diritti del malato. 

Ecco: altri sono definibili come “uomini dei media”, ma lui -  per essendo infaticabile autore di carta stampata e brillante discussant  televisivo – non è mai stato un uomo dei media. Ma uomo della comunicazione. Nelle sue varie forme e possibilità, che cercava e sperimentava di continuo. E ne vedeva pericoli e limiti: ne studiò le tecnologie, fu legislatore per la tutela della privacy e primo garante nazionale. Uomo della comunicazione direi quindi, nel senso letterale della parola: azione del rendere comune un pensiero, un sentimento, una responsabilità. Costruttore e visionario. Cui ancora per molto tempo dovremo fare ricorso per un domani migliore.

Per tutto questo propongo che Cittadinanzattiva e i suoi partners dedichino il secondo Festival della partecipazione, ormai imminente, a Stefano Rodotà  e che poi in tutti i futuri Festival sia inserito il richiamo a un suo pensiero, così da associare stabilmente la nostra azione al nome di chi ha aiutato tanti a diventare protagonisti della propria vita e partecipi della costruzione di una Italia migliore. 

Docente università di Bari. Ex presidente di Cittadinanzattiva

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